• Che tempo fa sulle montagne?

Che tempo fa sulle montagne?

Che tempo fa sulle montagne?

Che tempo fa sulle montagne?

 

I montanari erano attenti osservatori della natura e sapevano interpretare i segnali che questa da sempre manda: ascoltando i suoni e i rumori si riusciva a capire che tempo avrebbe fatto e di conseguenza a organizzare le attività del giorno.

Se il torrente diventava più chiacchierone e lo stormire delle fronde si faceva più vigoroso, si sapeva che sarebbe arrivato il maltempo. Perfino il suono dei rintocchi di campana, all'orecchio attento delle comunità alpine, forniva indicazioni sul tempo. 

C'è stato un tempo in montagna in cui le attività giornaliere si svolgevano alla luce naturale del giorno: ci si svegliava all'alba e si andava a dormire al tramontare del sole, seguendo i ritmi biologici della natura e degli uomini.

Si svolgevano lavori impegnativi tutto l'anno, specie nella stagione estiva, durante la quale, in assenza di copertura nevosa, si strappava al pendio quanto più spazio possibile per le coltivazioni e per il pascolamento del bestiame.

Nei nove mesi d'inverno e tre di inferno, come erano soliti dire gli alpini, si doveva organizzare il lavoro necessario a garantire le scorte annuali, necessarie alla sopravvivenza dell'intera comunità.

La montagna, una questione di rispetto

Le genti di montagna nutrivano grande rispetto per la natura e l'ambiente, che osservavano e custodivano nel costante timore che l'ira Divina potesse manifestarsi attraverso calamità naturali. La spiritualità era semplice, perlopiù legata al bisogno delle necessità primarie ed i parroci cercavano di impartire la Dottrina senza contrastare le credenze popolari.

Tutto era scandito dai calendari lunare e liturgico, che venivano consultati scrupolosamente per la semina, lo sfalcio dei prati, il taglio della legna, la potatura. Persino per il parto sia delle donne che degli armenti.

Spesso erano proprio i parroci nelle loro celebrazioni, a indicare quando era il momento più propizio per le varie incombenze. La fede permeava la vita nelle Valli alpine e molti erano i proverbi ed i modi di dire che rimandavano ai santi, ai quali ci si rivolgeva con preghiere di intercessione e processioni per implorare la protezione divina.

Vi era un santo per tutto e per tutto vi era un santo!

I montanari erano attenti osservatori della natura e sapevano interpretare i segnali che questa da sempre manda: ascoltando i suoni e i rumori si riusciva a capire che tempo avrebbe fatto e di conseguenza a organizzare le attività del giorno.

Se il torrente diventava più chiacchierone e lo stormire delle fronde si faceva più vigoroso, si sapeva che sarebbe arrivato il maltempo. Perfino il suono dei rintocchi di campana, all'orecchio attento delle comunità alpine, forniva indicazioni sul tempo.

I suoni della natura

Il canto dell'allodola al mattino, il volo delle api, il canto dei grilli la sera prima assicuravano bel tempo tutto il giorno.

Se al contrario era in arrivo la pioggia si udiva il grido della marmotta, lo scrocchio del capriolo, il raglio dell'asino e si scorgeva la volpe aggirarsi nei pressi delle abitazioni.

Anche i vegetali in caso di maltempo attuano strategie difensive, che i valligiani sapevano interpretare: l'acero arriccia le foglie, la betulla gira la pagina inferiore al contrario ed i fiori chiudono i petali per difendersi dalla pioggia. In molte comunità alpine si utilizzavano rametti di abete bianco, pigne e carline sugli usci delle abitazioni, che tutt'oggi forniscono precise indicazioni meteo.

Era possibile fare previsioni di più lungo periodo dalla quantità del raccolto di noci e nocciole, di bacche dei sorbi, dalla fioritura dei castagni, dall'altezza dei genepì, dai cerchi della genziana gialla, ma anche osservando funghi, cipolle, tabacco.

Si aspettavano inverni rigidi e tanta neve studiando attentamente la nocciolaia, la ghiandaia, il tasso e lo scoiattolo. Si era in grado di prevedere estati lunghe e soleggiate dai comportamenti della biscia dal collare, dell'ermellino, della poiana.

Previsioni meteo

Molti sono gli studi in corso per tentare una previsione in anticipo di alcuni fenomeni meteorologici anche catastrofici come terremoti, maremoti, eruzioni vulcaniche. Alcuni anziani sopravvissuti alla strage del Vajont hanno raccontato di episodi di irrequietezza degli animali chiusi nelle stalle la sera prima del disastro.

Più recentemente, lo Tsunami del 2004 in Sri Lanka, ha mietuto oltre settantamila vittime tra gli uomini, ma pochissime tra gli animali che, avendo forse percepito l'imminente catastrofe, si erano rifugiati nelle zone dell'entroterra.

La scienza moderna ha dimostrato come alcuni vegetali adottino strategie difensive in caso di sisma: peri, peschi e albicocchi hanno avuto fioriture anche invernali, con cambi di colore. La mimosa si è visto come chiuda per tempo gli stami ripiegandoli.

Molti sono insomma i segnali che l'uomo - senza pretesa - può cogliere dalla natura per fare previsioni del tempo, come hanno sempre fatto le generazioni di montagna che ci hanno preceduto, anche per tramondare la testimonianza di un sapere d'altri tempi: molto di più di una banale serie di coincidenze. 

Il libro 

Le immagini contenute nel libro “Meteo d'altri tempi” sono state scattate nella conca di Bardonecchia da Alessandra Simiand e Stefano Vachet di Passione Natura. Il testo interamente riveduto e corretto dal carissimo dr. Peter John Mazzoglio, entomologo presso l'Università di Torino, è stato pubblicato lo scorso febbraio per volontà del dr. Giampaolo Verga di Atene del Canavese Edizioni, presente tra i Giurati della manifestazione Incipit di Bardonecchia nel 2018. 

 

Rita Cristina Manfro

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